Amplificatori Finali Monofonici GALION AUDIO “DISCOVERY

Un nuovo marchio con mire Hi-End si è affacciato sul mercato mondiale, facendosi notare e apprezzare per i suoi amplificatori dal suono sorprendente, in rapporto al prezzo di vendita. In anteprima per l’Italia presento per voi una coppia a stato solido davvero molto interessante.

Galion Audio. La Galion ha sede in Canada, dove vive mister Thomas Tan, suo fondatore, progettista e amministratore.

L’azienda produce elettroniche sia a valvole che a transistor; cavi di interconnessione, di potenza e alimentazione, tutto costruito in Cina, come del resto fanno anche altri marchi Hi-End ma a ben altri prezzi.

I prodotti sembrano non avere niente di nuovo, se non un listino estremamente concorrenziale per ciò che valgono, sia tecnicamente che musicalmente.

Finale a stato solido TS A75

Ho ascoltato il pluripremiato TS A75, un po’ pomposamente detto “l’ammazzagiganti”, dapprima pilotato da uno streamer e in quella non mi ha fatto una grande impressione, benché ne abbia intravisto delle potenzialità. 

Il secondo ascolto invece è stato davvero entusiasmante, perché collegato al preamplificatore a valvole Galion TS P75, suo compagno ideale. 

Detta combinazione si è rivelata musicalissima e capace di un ottimo pilotaggio, anche di diffusori multivia impegnativi come i Vienna. Questo ci ricorda che i finali, per pilotare adeguatamente i diffusori, devono essere a loro volta correttamente pilotati.

Lo affermo senza mezzi termini: trovare in commercio oggetti Hi-Fi più o meno blasonati, vecchi o nuovi che abbiano lo stesso rapporto qualità prezzo di questo finale è oggi quasi impossibile.

Il Padrone di Casa, Bartolomeo Aloia ST-260

Lui è un tipo muscoloso ma aggraziato, datato ma ancora in forma smagliante. 

Questo finale fu concepito e costruito con molta cura e dedizione negli anni ‘90, però… con quelle sue misure fuori standard, il suo peso spacca schiena e le connessioni ai lati del telaio invece che sul pannello posteriore (gli RCA sono a sinistra e i morsetti per le casse a destra) diventa un problema gestire gli spazi e le connessioni, se non si ha una sala adeguata.

E poi è raffreddato da una ventola, che si vocifera stia per diventare addirittura illegale, negli apparecchi Hi-Fi…

A scanso di equivoci voglio precisare che il confronto con l’amplificatore residente ha un valore comparativo puramente effimero, che a me serve solo per formarmi un’idea più aderente possibile alla realtà.

Il Preamplificatore “L’Ambasciatore”

È un oggetto ideato e costruito da me. 

È single ended, basato sulla valvola militare russa, il doppio triodo noval 6N6P, che è una sorta di super ECC88 (stessa piedinatura) ma dal guadagno di una ECC82 e impedenza di uscita molto bassa.

Detto tubo viene spesso usato come finale per ampli di piccola potenza, tipicamente per cuffia. 

È intercambiabile con la ECC99, della JJ ma non ha lo stesso suono.

I Diffusori

Dopo aver venduto i migliori diffusori che avessi mai ascoltato e posseduto in vita mia, le Dynaudio Crafft Monitors, per me è cominciato un lungo e tormentoso peregrinare in cerca del suono “giusto”. 

Quel suono, sì proprio quello dei monitor di altissima qualità, mi era ormai entrato nel sangue, nonostante i Crafft non mancassero mai di evidenziare brutalmente quanto fossero mediocri troppe registrazioni.

Un’era geologica dopo, scoprii finalmente ciò di cui avevo disperatamente bisogno: i monitor ATC SCM20PSL Rosewood.

Che dire? 

Coerenza totale e assoluta*, linearità totale e assoluta*; dinamica inimmaginabile per due “scatolette” del genere; tenuta in potenza apparentemente infinita; musicalità e presenza inarrivabile per qualsiasi due vie di pari caratteristiche in ambito audiofilo, anche grazie ad una gamma media che rasenta la perfezione.

Naturalmente mancano i bassi profondi ma, fin dove arrivano, l’impatto e la sensazione di immanenza compensa l’ineludibile “difetto” per casse di questo litraggio.

nessun assoluto è stato esagerato o maltrattato durante lo scritto sui diffusori ATC.

Discovery Monoblock Amplifiers

Nell’estrarre gli ampli dal loro imballaggio a prova di corriere ho trovato una sorpresa molto gradita, per questo livello di prezzo: i due Discovery erano avvolti in morbidi involucri di tessuto blu, a protezione dei telai.

Con una elegante livrea grigio antracite, dalle forme arrotondate e la potenza dichiarata di 80 Watt cadauno, su un carico di 8 Ohm, i due amplificatori cercano di farsi strada nella giungla Hi-End dei marchi e dei meriti, veri o pretesi che siano.

I morsetti delle casse hanno un ottimo serraggio. Lo evidenzio perché non capita spesso. Peccato che la vaschetta IEC per il collegamento alla rete elettrica sia stata posta proprio sotto detti connettori. 

Il prevenire è un po’ morire

Ho di fronte a me ben due amplificatori monofonici gradevoli alla vista; di immediato utilizzo (per ingombro e peso) e dall’interfacciabilità quasi universale; sembrano essere ben ingegnerizzati e ben costruiti. 

Costano poco.

Sì, ho scritto proprio così: “costano poco” perché il prezzo al pubblico dei Discovery, per quello che offrono, è incredibilmente basso (2.659,00 Euro nel momento in cui scrivo).

Con gli stessi soldi, per un singolo amplificatore nuovo, in occidente, forse si riesce a coprire solo il costo degli chassis e delle finiture: alluminio massiccio fresato al laser e bordi anteriori arrotondati, precisione svizzera dei singoli pezzi e dell’assemblaggio, anodizzazione profonda, verniciatura a polvere e materiali elettronici di prim’ordine.

Se non fossero Galion avrebbero il solito costo folle, in parte giustificato solo dal prestigio e dalla rivendibilità del marchio, a prescindere dalla reale qualità sonora del prodotto.

Riflettiamo un momento su questo: abbiamo normalizzato i prezzi (e ultimamente anche le dimensioni) da astronave degli elettrodomestici Hi-End, però ci pare strano o difficile ammettere l’opposto… 

Allora qualcuno spieghi cosa giustifica i costi di quattro aggeggi Hi-End presi a caso:

  • Braccio per giradischi GRAHAM Platinum 12”, TRENTAQUATTROMILA Euro (è uno scherzo?)
  • Streamer, Linn Klimax DSM Next Generation – Audio version, QUARANTADUEMILA Euro (è una truffa?) 
  • Diffusori Dali Kore, CENTOMILA Euro (errore di prezzo?)
  • Reinzoo, amplificatore da DUEMILIONIDUECENTOMILA dollari (è follia?)

No! Semplicemente sono status symbol.

Cioè sono oggetti che l’acquirente non valuta in base al classico rapporto qualità prezzo ma solo quanto quei fantasmagorici prodotti, soprattutto esclusivi, aggiungano prestigio alla sua immagine di persona altolocata nella scala sociale.

E siccome nel mondo vi sono sempre più persone disposte a spendere, spesso alla cieca, parte degli immensi patrimoni che accumulano ogni giorno, ecco giustificati i prezzi fuori scala: il mercato Hi-End preferisce vendere pochi pezzi all’anno a cifre assurde, piuttosto che impelagarsi in produzioni seriali, pratica quest’ultima impegnativa quanto rischiosa, sotto tutti i punti di vista. Oggi più che mai.

A scendere c’è la fascia premium, dove i listini sono ancora altissimi ma non inarrivabili.

Infine c’è la Hi-Fi per tutti gli altri, cioè ottimi apparecchi nuovi e vecchie glorie usate, dai prezzi soggettivamente ancora alti ma accessibili con qualche piccolo sforzo.

E qui nasce il problema nel recensire questi maledetti Galion: dove collocarli nella scala qualitativa audio, senza esagerare con le lodi e senza svilirli, ma anche senza che chi abbia speso cifre a quattro zeri si senta a disagio?

Dopo averli ascoltati per settimane, posso affermare in tutta serenità – e senza tema di smentita – che essi sono dentro il cerchio magico della tanto ambita Hi-End dell’alta fedeltà, cioè sono quasi un prodotto TOP.

Qual’è la reale differenza fra i Discovery e gli amplificatori TOP Hi-End? 

La differenza è tutta in quel “quasi”. 

Mi spiego. Quando si arriva ad un traguardo prestazionale già molto alto, per spingersi ancora oltre non basta acquistare e selezionare i migliori componenti, occorre dare vita a un progetto originale, che vada ben oltre l’eccellenza; ottimizzato al massimo nella resa musicale, dove la frase “senza compromessi” (impossibile all’interno delle leggi della fisica, in questa parte di Universo) è ammessa solo quando riferita allo sforzo umano profuso nell’ideare e poi concretizzare un oggetto elettronico, che riesca a mantenere il segnale audio più integro e puro possibile, liberandolo più che si può dal rumore interno dei circuiti, isolandolo dalle vibrazioni di ogni tipo, mantenendo sotto controllo tutti i parametri elettrici potenzialmente dannosi. 

Quindi sì, questa volta i Discovery suonano quasi come amplificatori che costano davvero molto ma molto di più del loro prezzo di listino.

Accendiamoli!

Il pulsante d’accensione, un bel led circolare di un blu molto discreto, non causa nessun disturbo o distrazione durante l’ascolto della musica, lo segnalo perché a me i led blu sparati negli occhi fanno stare male. 

I finali rimangono quasi sempre freddi come fossero spenti. Diventano tiepidi solo con programmi impegnativi, dopo molte ore di ascolto. 

Il massimo della loro musicalità i due ampli lo esprimono dopo più di un’ora di utilizzo.

Qual’è dunque la voce di questi canadesi? 

Sulle prime il timbro generale dei Discovery mi è sembrato un po’ più chiaro e leggero del mio Aloia, il quale mi ha abituato ad una certa corposità e perentorietà del suono, specie con il pianoforte, la batteria, il contrabbasso, le fondamentali dei piatti ride, delle corde della chitarra classica etcetera. Ma un po’ tutti gli strumenti e le voci vengono riprodotti dall’ampli italiano, con un peso maggiore.

Credo che la causa della leggerezza della riproduzione da me percepita, risieda nella gamma medio bassa. Da qui la domanda: quale dei due medio bassi è quello giusto?

O meglio: è l’Aloia ad esibire una certa prominenza nella gamma del calore o sono i Galion ad essere lineari, se non leggermente avari, nello stesso intervallo di frequenze?

Come Suonano

Il giudizio globale su questi amplificatori finali l’ho formulato sulla base di ascolti prolungati, talvolta anche per più di dodici ore al giorno, approfittando dell’assenza della mia compagna (ehehe), nell’arco di un mese abbondante.

Per brevità riferirò le mie impressioni d’ascolto solo di alcune musiche per me rivelatrici, al fine di descrivere più puntualmente possibile le peculiarità del suono di questi oggetti Hi-Fi. 

Per cominciare a capire la prestazione in gamma bassa, che è quella che ha immediatamente attirato la mia attenzione, trovo utili alcuni brani dell’album Kamakiriad di Donald Fagen, i cui suoni pur molto processati sono funzionali allo scopo. Essi s’intitolano rispettivamente Trans-Island SkywaySpringtime Snowbound.

In tutti i brani udiamo una grancassa parecchio artefatta: non ha il solito punch cupo e vibrante, ma asciutto e smorzato, perché del tutto spogliato di energia e armoniche in bassa e bassissima frequenza (scelta di produzione).

In perfetto contrasto risaltano invece le linee di basso elettrico che scendono sino agli inferi in modo lineare, ricco, articolato e dinamico, rendendo chiaramente udibili le vibrazioni di ogni corda.

Il 260 fa quasi lo stesso dei Galion, preferendo però la spinta dinamica nel tratto più alto del mediobasso, rinunciando a un po’ dettaglio.

Su quel parametro è questione di gusti. Io trovo più emozionante e coinvolgente la vecchia scuola, altri invece preferiscono un po’ più di definizione e velocità e va bene così.

Album Solo, del grande contrabbassista Jazz Enzo Pietropaoli (file Hi-Res Fonè Records).

Con l’ampli di riferimento il contrabbasso appare corposo, teso e vibrante fin nella cassa armonica, infatti il suono risultante è giustamente scuro, legnoso e ricco di armoniche.

Con i canadesi invece il colore sonoro si raffredda un po’, il suono prodotto dalle corde emerge rispetto alle vibrazioni della cassa armonica, seppur chiaramente udibili. Il dato positivo è che questo effetto dona un’impressione di agilità all’esecuzione, senza mancare di completezza.

Restiamo ancora nel Jazz.

Dall’album ECM, artisticamente stratosferico: When Will The Blues Leave di Paul Bley, Gary Peacock e Paul Motian, ascolto i brani Mazatlan e la title track, nei quali la batteria è riprodotta in modo così crudo, vivido e dinamico da “vederla” dinanzi a me e sentirla vibrare nella stanza in tutta la sua devastante (specialmente per i vicini) verità e completezza di micro dettagli.

Potentissimi e dettagliati, quindi realistici, il suono del rullante e dei tamburi, quando vengono colpiti con forza.

Sorprendente è il realismo della grancassa, perché è difficilissimo sentirla così in casa, che sposta l’aria e la cui pelle risuona a lungo in fondo al palco, proprio come se anch’io fossi in quell’auditorium svizzero, in prima fila, con la mascella a terra e un pezzo di cioccolato al latte sciolto in mano.

Qui il pianoforte domina la scena, riempiendo tutto lo spazio dietro le casse, vibrando anch’esso in modo potente e completo e sempre massimamente realistico, grazie alla restituzione di tutte le sfumature timbriche e dinamiche, tipiche del principe degli strumenti.

In questo caso i due gemelli sono più precisi del riferimento e riproducono più armoniche, più a lungo e con molte più informazioni ambientali.

L’album è registrato divinamente tranne il contrabbasso, che sembra essere stato ripreso da un piccolo amplificatore o un microfono non adeguato alla bisogna, peccato.

Anno 1957. Dal fortunatissimo album Way Out West (LP stereo APJ 008 Analogue Productions, mastering by Dough Sax) ci arriva un giovanissimo Sonny Rollins californiano che, alle quattro del mattino finalmente, riesce a tirare fuori tutta la sua grinta creativa di grande pioniere del sassofono Hard-Bop.

In tenuta da cowboy deforma e ironizza sulla sigla di una popolare serie televisiva dell’epoca: I’m an Old Cowhand.

La registrazione avvenne in presa diretta e si sente. 

Il sax tenore è ruggente e luminoso nel modo giusto, flautato o aggressivo quanto basta e realistico da morire. Così anche la piccola batteria: molto dinamica e dettagliatissima. Il contrabbasso invece è proposto in modo “sbagliato”, perché la registrazione ufficiale era ovviamente monofonica. L’artificioso effetto stereofonico, aggiunto in seguito, ha fatto perdere corpo e articolazione allo strumento di Ray Brown.

Due brani dalla Chesky Records. 

Il primo è Just Friends da Johnny Frigo With Bucky & John Pizzarelli, Live From Studio A In New York City.

Qui non c’è musica riprodotta ma l’aria che si muove. 

È incredibile la sensazione di enorme spazio e vibrazione fra i musicisti e intorno a loro.

Tutto è naturale e fluido ma soprattutto realistico, grazie alla riproduzione dell’evento sonoro, dove dinamica e microdinamica di ogni strumento viene riprodotta in modo completo e naturale.

Il secondo pezzo è Misery dei Dave True Story, dall’album Unauthorized. Anche in questo caso è la grande spazialità e ariosità del palcoscenico sonoro a fare impressione.

E poi c’è la liquidità dei suoni, che non sgorgano innaturalmente da un punto confuso nello spazio ma dal luogo fisico che occupano i musicisti, tanto realistici che viene voglia di toccarli. 

Bella ma un po’ opaca la voce della brava cantante.

Come voci maschili ho scelto un trio d’italiani famosi. 

La prima canzone è datata ma il timbro di Lucio Battisti è troppo particolare per ignorarlo.

Con Emozioni, dall’album omonimo (LP RCA SMRL 6079) la riproduzione della voce è limpida e ben dettagliata. Gli strumenti sono liquidi, specialmente la chitarra acustica a sinistra, e ben collocati nello spazio.

Il secondo artista è quel geniaccio di Pino Daniele, con il suo capolavoro Nero a Metà (LP EMI 3C 064-18 460, streaming remastering del 2014).

Non riesco a segnalare una sola canzone di questo album ma devo suggerirvi di ascoltarlo per intero, perché ogni composizione è un miracolo di fusioni e contaminazioni musicali fra la vecchia e nuova tradizione napoletana e il mondo della musica afroamericana in particolare.

La sua voce è perfetta come dal vivo (gli parlai di persona a Brescia, prima del suo concerto, per il tour Schizzechea). In questo caso io cerco la completezza e la complessità della voce di Pino, così ricca di sfumature, inflessioni, accenti e vocalizzi tipici della cultura partenopea.

La musica è un gioco d’incastri ritmici e melodici con il canto e gli strumenti (ma l’ascoltatore lo capirà solo quando comincerà il silenzio).

La terza e ultima voce è quella di Fabrizio De André, con Creuza de mä, scelto perché è un capolavoro anch’esso, perché vi suonano musicisti stellari, perché è acustico e per la voce profonda dell’autore (LP Sony Music 88843026811).

La prima voce femminile selezionata è quella di Samara Joy, perché complessa, strutturata, olimpica e peculiare per le sue coloriture e molteplici sfumature. 

L’album scelto è Portrait (Hi-Res streaming). 

La cantante è accompagnata da un ottetto di prestigio. Il repertorio è di tipo ballad ma non smielato (altrimenti non l’avrei scelto) e suonato magistralmente.

Inutile dire che è registrato magnificamente, “casualmente” nello studio leggendario Rudy Van Gelder, nel New Jersey.

Il risultato finale all’ascolto è di alto livello!

La seconda cantante è Tatiana Shmayluk, voce della metal band Jinjer, la canzone è Pishes (CD Napalm Records). 

Ho scelto lei per testare anche il metal ma specialmente il suo mostruoso growl che poco sembra avere di femminile.

Esame superato, anche ad alto volume (ovazione dei vicini con prolungati applausi sulle pareti delle loro stupide stanze color arancione). 

I Black Sabbath con The Wizard (LP Pledge Music) dal loro primo album, registrato davvero ottimamente, rivelano l’attitudine camaleontica dei due mono nel trattare bene anche Hard Rock, perché il tetro messaggio della band di Birmingham passa per intero.

Per la parte totalmente acustica e più colta non potevo che scegliere un capolavoro: Ludus Danielis del New York’s Ensemble for Early Music (Fonè, file Hi-Res). In questo caso l’opera va ascoltata tutta, per la sua bellezza e originalità.

L’ensemble, guidato dal maestro Fredric Renz, con il suo gruppo di ricerca ha assemblato l’opera partendo da vecchi spartiti medievali, trovati in un’abbazia in Francia.

I musicisti ricostruirono gli strumenti originali dell’epoca e misero in scena, insieme ai cantanti, il momento in cui San Daniele viene condotto alla corte di re Dario di Persia e poi gettato ai leoni.

L’azione si è svolta – dal vivo – nella bellissima basilica medievale di Santa Sabina in Roma, luogo dall’architettura e dall’acustica perfetta per il genere di musica rappresentato.

La particolarità di questa ripresa, totalmente analogica, è nel solo uso di due microfoni frontali e due posteriori, in fondo alla navata, per catturare il riverbero naturale del luogo.

In questa mirabile opera di grande interesse culturale, sono stati usati strumenti a corda, a fiato, percussioni metalliche e tamburi con pelle d’asino e di capra.

Bellissime tutte le voci dei cantanti e anche dei cori: una vera cornucopia per noi pazzi audiofili.

In questa opera riprende vita la bellezza acerba della musica antica, espressa in ogni forma d’arte performativa, anche quella coreutica, che però si vede solo tenendo gli occhi chiusi (consiglio di farlo), aspettando il momento in cui la musica ci farà scoppiare il cuore.

Fra gli album di solo pianoforte segnalo Piazzolla Solo Piano, eseguito dalla talentuosa pianista siciliana Loredana Piluso, alla tastiera del Borgato Grand Prix 333, il pianoforte a coda da concerto più lungo del mondo.

Il repertorio è quello di Astor Piazzolla, un po’ rivisitato (CD rippato). 

L’esecuzione è un capolavoro continuo, per vivacità, originalità e mirabile tecnica esecutiva.

La registrazione rende merito alla musica e alla magnificenza di quel grandioso strumento, riproducendolo (immagino) in tutta la dinamica e correttezza timbrica possibile.

Infine la musica sinfonica. 

Io prediligo in modo particolare i compositori russi, per cui ci ho dato dentro con Tchaikovsky, Musorgskij, Stravinsky, Prokofiev ma non solo, ovviamente. 

Degno di menzione artistica e sonora è il poema drammatico Peer Gynt di Edvard Grieg, diretto dal maestro Esa-Pekka Salonen, con la Oslo Philharmonic Orchestra.

Con la musica sinfonica a parità di composizione ho sperimentato ogni volta un’esperienza completamente diversa, non tanto per l’interpretazione e l’esecuzione delle varie compagini, molto dipendenti dal direttore e dall’orchestra stessa, quanto per la resa sonora.

Ho constatato cioè quanto diversa può essere la filosofia di ripresa da una casa discografica all’altra, da un “tonmeister” all’altro e quanto spesso il bollino Hi-Res non è garanzia di alta qualità.

L’opera guida in questo caso è Also sprach Zarathustra, poema sinfonico di Richard Strauss, diretto da Gustavo Dudamel alla testa dei Berliner.

Registrazione recente della Deutsche Grammophon, molto succosa audiofilmente parlando: gran tripudio di timbri e dinamiche, perfetta stratificazione dei suoni e tessiture finissime, scena panoramica. 

Io l’ho trovata coinvolgente ma talvolta poco emozionante. Sembra una contraddizione in termini ma non lo è perché rivelare tutti i suoni di tutti gli strumenti sin nel minimo dettaglio, sfumatura e precisa posizione non è come in realtà avviene dal vivo, dove tutto ciò non può mai accadere. 

Considerazioni di Fine Ascolti e Consigli di Utilizzo

I Discovery costituiscono il sogno segreto di ogni audiofilo, perché sono tutto ciò che essi hanno sempre desiderato ma non hanno mai osato chiedere, a causa dei prezzi fuori controllo.

Il primo indicatore di qualità di qualsiasi componente Hi-Fi è la capacità di rivelare la scena acustica e i dettagli in essa contenuti, nascosti dal naturale rumore elettronico, nel caso di apparecchi poco curati.

I Discovery sfondano le pareti dell’ambiente d’ascolto per fare spazio ai musicisti e i loro strumenti. Infatti il palcoscenico sonoro è alto, ampio, profondo e molto arioso.

La focalizzazione è semplicemente tattile, non di tipo scultoreo ma etereo, con le voci e gli strumenti perfettamente individuabili, benché leggermente indefiniti nei contorni, proprio come dal vivo.

I timbri sono verosimili, cristallini, ricchi di armoniche (la ricchezza armonica, dal lungo e naturale decadimento è un altro fattore chiave negli apparecchi di vera alta fedeltà) e, ancora una volta, circondati da molta aria.

Il basso è fermo e articolato. Esso è potente ma non perentorio, percussivo e d’impatto come quello del mio ST-260, quindi è più agile e veloce ma anche di poco più leggero, come già detto, proprio nella gamma del calore.

Le frequenze alte sono complete e liquide come nella realtà.

Le medie frequenze sono trasparenti e ben dettagliate ma, secondo me, forse per una mia abitudine d’ascolto, un po’ meno presenti del riferimento ed è proprio qui che entra in azione l’influenza dell’alleggerimento della gamma medio bassa.

In effetti un medio basso più accentuato del necessario rischia di “inquinare” la gamma media, che nei Discovery invece è pulita ma non corposa come piace a me. Nonostante questa mia considerazione non posso non rilevare la grande fedeltà, suadenza e pertinenza della riproduzione delle voci in generale.

E il famigerato (famigerato presso i cretinetti) fondo nero o silenzio infrastrumentale? 

C’è ed è da lì che i suoni sgorgano puri e naturali, in un’atmosfera fatta di ampi spazi silenziosi intorno alle sorgenti acustiche.

La personalità sonora dei Galion che ho ascoltato sino ad ora mi sembra che consista nel permeare la riproduzione con un pizzico d’atmosfera in più. Non so se e come ciò avvenga. So solo che questa sensazione aiuta a concentrarsi maggiormente sulla musica, senza preferenze di genere, senza mai provocare stanchezza.

La dinamica è, grazie al livello di potenza e musicalità dei finali, correttamente e coerentemente insita nella riproduzione. Aggiungo solo che le escursioni avvengono in maniera naturale: né troppo lentamente, né forzate, né a strappi.

Tutto accade senza destare stupore, solo piacere. 

Per come libera e naturale fluisce la musica, anche a livelli notturni d’ascolto, sono portato a credere che i circuiti di amplificazione abbiano un basso tasso di retroazione globale. 

Ove la musica ne sia dotata la riproduzione del microdettaglio è come quella degli ampli più blasonati e costosi, cioè naturale, quale completamento e parte integrante del discorso musicale, solo con un po’ di accuratezza in meno, come è ovvio che sia, dato il livello tecnico degli apparecchi in prova.

Fatica d’ascolto completamente inesistente.

Chi potrebbe dotarsi dei Discovery?

Chi ha lo spazio per collocare in modo adeguato due chassis invece di uno e chi vuole scoprire il mondo di qualità esistente in due ampli monofonici, rispetto ad un solo amplificatore stereo. 

La condizione ideale sarebbe posizionare i finali vicinissimo ai diffusori, così da usare cavi di potenza più corti possibile, inviando il segnale dal preamplificatore con cavi bilanciati.

Con le mie ATC da 85 dB, impedenza minima 5,5 Ohm, i Discovery si esprimono con sovrabbondante energia, anche troppa per il mio ambiente d’ascolto.

Ha senso inserirli in una catena già ottima e rivelatrice, cioè con una sorgente di qualità, un preamplificatore a tubi dinamico e trasparente, diffusori di alta qualità per non svilire il carattere esuberante e musicale dei finali.

I cavi vanno scelti in relazione alla vostra catena d’ascolto, ai vostri gusti e alla vostra disponibilità economica, comunque non troppo lenti né troppo asciutti.

Data l’energia immessa in ambiente, come al solito, va curata l’acustica della stanza, cercando di controllare almeno le prime riflessioni e le onde stazionarie.

Conclusioni

Non ho scritto una lunga e dettagliata recensione perché qualcuno si formi un’idea dei Discovery attraverso le poche righe del paragrafo conclusivo. 

Posso solo dire che l’unica perplessità che ho incontrato nel redigere questo scritto è solo riguardo il come raccontare questi Galion, dato il loro rapporto qualità prezzo estremamente conveniente. 

Voglio essere chiaro: loro, i due mono, in effetti costano troppo poco per ciò che offrono. Vogliamo fargliene una colpa? Per contro – e questo lo sappiamo molto bene tutti(!) – è l’autoreferenziale e autocelebrativa Hi-End a costare in modo esagerato, spesso in modo totalmente ingiustificato, uditi certi risultati (nessuno finga di non sapere di cosa e a chi io stia alludendo).

Proprio per questo mi corre l’obbligo di rivendicare il dovere di cronaca nell’interesse di potenziali appassionati di musica ben riprodotta, quindi nessuno deve sentirsi frustrato perché il suo eccellente amplificatore costa venti volte i Discovery, se è felice e soddisfatto del suo acquisto.

Mi sento di aggiungere solo che questo è il momento e l’occasione in cui la nostra comunità di appassionati cominci a porsi qualche domanda.

Secondo me un possibile quesito potrebbe essere: io voglio ascoltare la musica “nel modo giusto” o voglio solo avere un bell’impianto? 

I Discovery per nostra fortuna rispondono a entrambe le possibilità, sicché adesso sta a noi decidere: vogliamo Essere o vogliamo Avere? Ma soprattutto siamo davvero in grado di decidere senza pregiudizi cosa suona davvero bene e cosa no, a prescindere da tutto? 

Appendice

Sabato 9 maggio io e Antonino Scaccianoce ci siamo incontrati presso il noto negozio Hi Fi Friends in Catania, per ascoltare insieme al proprietario, il gentilissimo e competente Paolo Anzalone, i finali qui recensiti.

Il test è durato poco per l’arrivo di clienti interessati per un acquisto importante. 

Nonostante tutto, nel poco tempo in cui i Discovery hanno dato voce ad un paio di diffusori (Vestlyd V15c e i Pylon Jasper Monitor 18), è emerso prepotente e inequivocabile il carattere molto musicale dei due ampli, nonostante la siderale diversità filosofica dei progetti: realismo, dinamica, completezza del messaggio sonoro, espressività… praticamente tutto ciò che un appassionato maturo desidera avere anche in casa propria.

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