A cosa serve un impianto audio domestico?

Dovrebbe servire a generare emozioni, io credo.

Eppure, questa verità di base sfugge quasi a tutti.

Quale altro obiettivo dovrebbe esserci oltre quello di generare emozione in chi lo ha assemblato?

Da cosa dipende la capacità di emozionare se non dalla cultura musicale e dall’esperienza d’ascolto di ognuno?

Ecco. Dunque.

Ho ascoltato l’impianto in foto e ne sono uscito intimamente convinto che ci sono tante maniere per procurarsi emozioni d’ascolto, non sempre uguali eppure, molte degne di attenzione se ci si astrae dalla propria ricetta.

L’impianto di Eugenio Spagnolo, padre della fortunata serie di giradischi Thaumanote a tiratura limitatissima, emana serenità già in foto ed esprime personalità rara in presenza. L’ascolto non è facile da subito, data l’essenzialità tipica di tutti i sistemi monovia che ti chiedono da che parte stare sin dalla prima nota.

Confesso: come in altre occasioni al cospetto di questa tipologia, non sono riuscito a schierarmi pienamente a favore ma stavolta, ne sono uscito fortemente ammaliato e proverò dunque a raccontarvi questa bella esperienza.

Superato l’iniziale momento “straniante” per un suono così scarno, basta poco per immergersi in una dimensione sonica d’altri tempi, limpida, scevra da ogni fronzolo, essenziale appunto.

Non sei tu a volerlo ma è la piccola sala d’ascolto che ti cattura e proietta nel secolo scorso, a cominciare dal trisavolo che ti osserva e t’inquieta ad ogni piccolo movimento d’aggiustamento del tuo corpo sulla sedia. Pare persino aggrotti il sopracciglio. 

L’artefice del tutto, mai come in questi casi è la sorgente analogica; un giradischi di rara bellezza e dalla voce autorevole e potente. Stentorea.

Il Thaumanote Thera è capace di esibire un suono intimo e audace nel breve volgere di un attimo, effetto diretto di una dinamica stratosferica, in grado di esaltare il silenzio e generare il fragore di una grande orchestra in una frazione di secondo.

Capisco e m’immedesimo in quanti, leggendo queste mie note, possano non comprenderne il senso, dacché la dinamica, sembrerebbe patrimonio assoluto della riproduzione digitale.

Purtroppo non serve spiegare; è necessario ascoltare. Non c’è alcuna via d’uscita e non intendo dilungarmi oltre sulla questione.

Un sistema analogico di questo livello non ha eguali proprio in termini dinamici, per via di una capacità d’estrazione del microdettaglio, del tutto diversa da qualsiasi sistema digitale. Sic et sempliciter.

Il continuum analogico avvolge in una spira onirica, con una tale forza, in grado di astrarre l’ascoltatore dalla dimensione spazio temporale reale e proiettarlo, ogni volta, nella specifica data di produzione stampata sull’etichetta del vinile.

Mi spiego meglio: ogni impianto digitale e multi-via tende ad attualizzare il messaggio musicale appropriandosene e condensandolo nella propria sala d’ascolto. Non male (sia pur con grande beneficio d’inventario) se si tratta di un piccolo jazz club o di una moderna sala d’ascolto contemporanea come la Berliner Concert Hall.

Se, però, sul piatto gira una magistrale interpretazione della prima metà del 900, la connessione cerebrale/filologica richiede in automatico di proiettarsi nell’epoca e il suono che ne consegue, non potrebbe essere altro che quello interpretato dall’elegante sistema di Kiyoaky Imai.

E tuttavia, non basta. In altre occasioni ho ascoltato i sistemi Audio Tekne giungendo alle medesime conclusioni: belli ma non ballano, volendo sintetizzare una sensazione di incompiutezza che non potrebbero mai consentirmi di prenderli in considerazione per una mia fruizione personale.

Qui, però, abbiamo un dominus assoluto nelle sembianze di un giradischi minuto nelle forme quanto roccioso nell’estrazione delle più sottili espressioni autoriali.

L’archetto è protesi naturale dell’anima; la bacchetta… orologio cosmico. Timing assoluto e trasporto d’epoca. Il gioco è fatto.

La sala d’ascolto di Eugenio Spagnolo è una macchina del tempo filologicamente unica.

Una dispensa d’emozioni a cui è impossibile resistere anche se “si vota” per la sponda opposta.

Si può propendere per il perfezionismo digitale e personalmente ci lavoro da tempo per piegarlo (con ottimi risultati) al continuum analogico ma quando ascolti un giradischi di questo rango (fra i migliori 5 che io abbia ascoltato in tutta la vita audiofila), ti chiedi se mai riuscirai ad ottenere un tale flusso d’emozioni come quello pervasivo e costante di un ascolto analogico di questo calibro.

Non è una performance fatta di picchi endorfinici, eccitante per gli aspetti “visivi” di una scena, seppur credibile, ma assai ridotta rispetto a quella a cui sono abituato nei miei personali set up; non lo è per l’abbraccio caldo di entrambi i miei sistemi né per la loro capacità introspettiva figlia di una sorgente digitale spinta e curata in maniera maniacale.

É una performance minimale e concentrata su pochi dettagli, fortemente seducenti, grazie alla timbrica simile ad una Polaroid che lascia emergere particolari senza renderli immediatamente palesi; intrigante proprio perché invoglia alla ricerca attiva senza che siano essi stessi a venire a cercare lo spettatore/ascoltatore.

Pianoforti che non impressionano per dimensioni e collocazione nello spazio ma per timing e forza del battimento percussivo.

Fiati cavernosi e legni vibranti evocano teatri storici e tendaggi pesanti come averli davanti agli occhi.

No. Decisamente non è un impianto per jazz nordico dal suono stagliato. Men che meno adatto per ascolti poliedrici.

Il suo campo di battaglia sono certamente le pregiate incisioni DG, le esemplari tri-microfoniche riprese Decca o quelle Living Presence della contendente Mercury Records e un fatto è chiaro: non c’è modo migliore per farle rivivere che in questa sala, con questa macchina da vinili e con i sodali “apparecchi” che le tengono il gioco.

Si può godere forte, anche fortissimo in modi diversi.

Potere della musica e della sua intrinseca capacità di farsi leggere da mille angolazioni diverse.

Elogio del polimorfismo. Rispetto profondo per chi ha scelto perlustrazioni diverse.

Ammirazione per l’appassionato che ha disegnato questo percorso. Ringraziamento per l’amico Eugenio che mi ha permesso di goderne fra le poche persone ammesse in questo scorcio di beatitudine artistica.

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