Preamplificatore Microsound Technology Phone One: il ritorno del Buon Suono.

Qualcuno lo chiama il ritorno del vinile. Io dico il ritorno del buon ascolto. Valutiamo insieme, attraverso questo nuovo stadio di amplificazione per fonorivelatori, i pro e i contro di quella che sembra essere una moda, ascoltando long playing vecchi e nuovi. 

Presentazioni

Si chiama Phono One, è poco più grande (in pianta) di un CD musicale, dunque occupa poco spazio ed è anche molto leggero.

Può elevare il segnale di qualsiasi tipo fonorivelatore a magnete mobile, ferro mobile, riluttanza variabile e moving flux; a bobina mobile ad alta uscita e testine a bobina mobile a bassa uscita a partire da 0,3 millesimi di Volt, sino alla tensione di linea. 

Sul retro ha in dotazione due coppie di microinterruttori per canale, deputati a selezionare rispettivamente il guadagno e l’impedenza d’ingresso ottimale, sia per le testine ad alta uscita che per quelle a bassa uscita.

Il suo alimentatore è esterno, ad alta efficienza.

Usiamolo

Il Phono One arriva molto ben imballato e con il suo manuale d’uso, che illustra chiaramente come disporre i piccoli interruttori, a seconda della testina che si vuole utilizzare. Con un po’ d’attenzione, in pochi secondi, si può impostare il phono in modo acconcio. 

Interfacciamenti 

Il piccolo phono di casa MST è praticamente universale, l’importante è fare attenzione a settare subito in modo corretto gli switch relativi alla testina scelta, per non dover poi rismontare tutto per correggere l’errore. 

A questa elettronica mancherebbe la parte dei carichi capacitivi, per impostare quello giusto suggerito da ogni costruttore, ma nell’esperienza d’uso non ho quasi mai sentito il bisogno di inserire carichi maggiori o diversi di quello fisso preimpostato, tranne che per la Technics.

Ottimi i connettori RCA, ben distanziati fra di loro, nonostante gli spazi ridotti del retro. Lo sottolineo perché ho visto finali con pannelli larghi come piazze d’armi, con i connettori montati uno a ridosso dell’altro, mah…

Per i cavi tra il braccio e il phono stage non posso che consigliare quelli appositamente prodotti dalle più note aziende, comunque da provare, sempre! 

Vanno bene anche i cavi professionali per microfoni, che abbiano bassa capacità, che siano adeguatamente schermati e correttamente brasati, meglio se crimpati, a connettori di ottima qualità. Io suggerisco connettori in rame puro e lega eutettica per le brasature. 

Al netto dei molti giovani che comprano i dischi senza avere il giradischi, il ritorno del trentatré giri è secondo me una moda per molti e un business per le case discografiche, anche se francamente non so quanto sia redditizio.

Oggi, a differenza di qualche anno fa, sono moltissimi gli ampli integrati e tanti i preamplificatori che prevedono (di serie oppure opzionale) lo stadio fono al loro interno. Sono altrettanti i figli e/o i nipoti che ereditano o trovano un giradischi in giro da qualche parte per casa e lo rimettono in funzione, scoprendone il suono.

So di “apprendisti” dell’analogico che cercano di migliorare i loro ascolti senza stravolgere i loro piccoli impianti, cercando di non svenarsi, quindi la soluzione di un buon stadio phono esterno è quasi sempre la scelta ideale.

Impressioni d’Ascolto

Ho la fortuna di aver conservato dodici fonorivelatori, fra quelli che ho amato di più nel corso della mia vita. Nove sono MM e tre MC. Confesso il mio affetto per il primo tipo, tranne che per la MC Audioquest AQ 7000 (che non ho più), che rimpiango ancora, perché riuniva i pregi sonici di entrambe le tecnologie. 

Posseggo dodici cartucce perché ognuna ama i suoi dischi e quei dischi sembrano amare loro. Dunque chi sono io per separare ciò che Musica ha unito?

La Shure V15 III la ascolto per terza. 

Dopo pochi minuti averla installata mi dimentico della prova e metto dischi su dischi fino a quando, ascoltando l’ottima ristampa The End of the Game di Peter Green (vinile bianco Klimt Records), non cominciano a girarmi un bel po’ le scatole, perché a un certo punto odo chiaramente un disturbo provenire da sinistra, non proprio “in cassa” ma un po’ più in là, verso il centro. È un ronzio, più simile a un fruscìo. Una cosa leggera, mai sentita prima (in realtà l’ho sentita, non da un impianto stereo).

Cosa sarà successo? Sarà il phono? Sarà lo stilo, che è ancora quello originale? Si è rotto qualcosa, il pre, il finale, la schermatura di un cavo? Boh!

Vado in ebollizione. 

Schiaffo il condizionatore su INFERNO DI GHIACCIO ed eseguo un giro di controlli. 

Niente!

Mi soffermo a riflettere. 

Rimetto daccapo il brano e… Oh, ho capito! 

Non me ne ero mai accorto prima. 

Quel soffio ronzante che sentivo in sottofondo, specie durante i silenzi, non era un guasto ma il fruscio naturale dell’amplificatore (molto probabilmente) Fender Twin Reverb della chitarra di Green. 

Tiro un sospiro di sollievo. 

Molto live l’album, molto accurata la V 15 III e molto felice io. 

Il secondo episodio per la serie: “non-lo-avevo-mai-sentito-prima” (in realtà mai così chiaramente) è stato con il doppio LP a 45 giri di Eden Atwood, This Is Always: The Ballad Session (LP Groove Note 180gr. GRV1022-1), dove si ode chiaramente la traccia guida in cuffia prima che la Atwood canti la parte. L’effetto è molto intrigante perché sembra quasi di essere in studio con lei.

Confesso di non avere più voglia di cambiare cartuccia, così prolungo gli ascolti con la V15 III.

Per completezza aggiungo che poi le stesse “rivelazioni” le ho avute installando anche la AT-150Sa e ovviamente la Dynavector.

Da qui in poi racconterò le mie impressioni raccolte usando solo quattro testine: Audio Technica AT-150Sa, Shure V15 III, Denon DL-103 e Dynavector XX-2 MkII.

Non ho mai usato la Audio Technica AT-33mono 45th Anniversary perché i miei dischi monofonici nativi sono altrove e non ho ritenuto opportuno usarla, col suo stilo conico e cantilever a movimento laterale, su LP stereofonici. 

Con Autumn Leaves di Cannonball Adderley, ristampa EMI 180 grammi, da master analogici originali, provo un senso di abbandono. Tutto è al posto giusto, riprodotto nel modo giusto, atmosfera davisiana compresa. L’unica fatica è dovermi alzare per girare il disco. 

Capolavori del novecento Vol. 1 di AAVV. Etichetta Fontana serie argento. Trovato nuovo da un rigattiere, acquistato per un misero Euro. Qualche toc ogni tanto ma il suono è vivido e di qualità decente, ha persino una buona definizione e ricostruzione spaziale, una timbrica credibile ma non la dinamica che è un po’ compressa. 

Perché mettere sul piatto un ellepì mediocre? 

Per constatare fino a che punto l’insieme analogico è in grado di estrarre informazioni da un supporto. In questo caso ho potuto ascoltare un disco al massimo della sua qualità intrinseca e, benché non fosse elevata, ne ho ugualmente potuto godere appieno, perché il sistema ha valorizzato al massimo il contenuto dei suoi solchi. 

Per individuare invece il limite superiore del piccolo phono italiano ho dovuto impegnarmi un po’ di più, ovviamente.

Ho preso un pacco di LP di musica antica e classica e li ho messi a girare: Ultreia! della Pierre Verany; quasi tutti gli album con Gregorio Paniagua e Atrium Musicae de Madrid; molte ristampe Classic Records e Speakers Corner, fra le quali The Firebird di Stravinsky con Dorati alla direzione della LSO, Piano concerto 3 di Rachmaninoff, Byron al piano e LSO; due album prime stampe originali, artisticamente e acusticamente eccezionali: Concierto de Aranjuez di Rodrigo, con Pepe Romero alla chitarra, sir Marriner e la St. Martin-in-the-field, per la Philips; Romantic Russia di AAVV, LSO diretta da sir Georg Solti, Decca.

Poi sono arrivati cinque dischi Fonè, stampati in modo sublime in Giappone, su vinile vergine trasparente e ho rimesso tutto in gioco, godendomi la gran musica. 

Solo con queste opere d’arte della musica e della tecnologia analogica ho avuto l’impressione che il Phono One andasse un tantino in affanno, più che altro dal lato macro dinamica.

Alla fine della lunga sessione d’ascolti e infiniti cambiamenti di testine e settaggi, posso trarre qualche conclusione circa il suono caratteristico dell’apparato in prova.

Il Phono One MST suona moderno: aperto, veloce, con buona dinamica, trasparente e soprattutto neutro. Quest’ultima caratteristica ha permesso che s’inserisse nel mio impianto in modo “indolore”, cioè senza dover reimpostare la mia mente su di un suono non allineato al mio modo di ascoltare, ma soprattutto senza snaturare il risultato raggiunto col mio sistema, che fa della neutralità – cioè la totale assenza di qualsivoglia colorazione e/o eufonia – la sua dote più importante.

L’insieme delle caratteristiche appena elencate permettono alla scena acustica di espandersi in tutte le direzioni, presentando l’origine dei suoni con chiara localizzazione all’interno del palco virtuale. A questo si aggiunge quel qualcosa che nessuno strumento di misura, da me conosciuto, può far visualizzare sul suo schermo: la musicalità.

A differenza di molti altri oggetti del genere il Phono One ha rivelato il carattere di ogni cartuccia esattamente per quello che è, senza alterare o interpretare le rispettive personalità, interfacciandosi ottimamente con la scheda fono in prova. 

Io ho preferito la resa sonora con i generatori MM, forse perché quelli MC in mio possesso, specie la Dynavector, li ho sentiti esprimersi al meglio con altri amplificatori, di livello più alto, Ese Nibiru su tutti.

Ciò non significa che viene sacrificata la qualità dell’interfaccia per le bobina mobile ma semplicemente che il Phono One non fa miracoli perché è un prodotto terreno, pensato per essere alla portata di tutti e che, se inserito nel giusto contesto, può portare l’ascolto degli ellepì ad un livello insospettabilmente alto. 

Conclusioni

Il ritorno all’uso intensivo dei fonorivelatori MM ha risvegliato in me quel mondo di aromi e colori che ho provato per moltissimi anni, in gioventù. Icone come la Shure V 15 III e la Denon DL-103 sono macchine da musica che ancora stupiscono un vecchio scarpone come me, nonostante l’invasione della musica digitalizzata, spacciata per massima qualità raggiungibile in campo audio. Per me invece il massimo sono ancora i registratori a bobine di livello top con nastri di pari qualità. A scendere alcuni giradischi che ho ascoltato da certi audiofili estremi.

Le potenzialità dell’ascolto analogico sono – di fatto – tutt’altro che esaurite e il modernissimo phono in prova lo dimostra. Sta all’utilizzatore trovare il miglior interfacciamento elettrico e acustico possibile, per trarre il massimo del piacere dall’ascolto del disco nero che, al netto di certe obbrobiose ristampe e nuove produzioni, ha ancora molte emozioni e piacevoli sensazioni da trasmettere. 

Suggerisco, con questo preamplificatore, di non lesinare sulla qualità del giradischi e specialmente del fonorivelatore, prendendo in considerazione anche qualcosa dal vintage, per il quale però vi sia con certezza un ricambio dello stilo di qualità almeno pari all’originale.

Infine voglio sottolineare che il Phono One è tutto realmente Made In Italy, dalla progettazione alla costruzione stessa. In più ha un vantaggio che pochissimi altre aziende possono vantare: il suo progettista è persona presente, disponibilissima anche per una chiacchierata e, molto importante, offre assistenza puntuale e garantita sui suoi prodotti, che lui stesso costruisce.

Fonorivelatori impiegati:

  • AKG P6 R – Stilo sferico, originale
  • Audio Technica AT-150Sa – Stilo Shibata nuovo
  • Denon DL-103
  • Dynavector XX-2 MkII
  • Esoter Glanz Azzurra (moving flux) – Stilo sferico, originale 
  • Excel Sound (oggi Hana) ES-70S – Stilo sferico, Jico
  • Ortofon VMS 20 XE MKII – Stilo ellittico, Jico
  • Shure M44G – Stilo sferico, originale
  • Shure V15 III – Stilo originale e Jico
  • Shure V 15VxMR – Stilo Jico, VN5xMR HG SAS/B
  • Technics EPC-U205C MK3 – Stilo Jico 36-205EX

Bracci Impiegati

  • Audio Technica AT-1010 
  • Audio Technica AT-1100 

Giradischi Lenco 

  • Lenco L75 Quetzalcoatl (base alta massa, doppio piatto, perno SPH doppio e rinforzato, puleggia Audio Silente)

Prezzo € 600,00

www.microsound.technology.

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